Critica

“Tito Rossini affida a una intensità quasi struggente del tonalismo la magia di situazioni rarefatte al limite dell’idealizzazione dei luoghi. Una corretta vena intimistica accende la narrazione attraverso sorprendenti inquadrature che rivelano un angolo di un tavolo, la fessura in una parete, “santificato” il tutto da una luce interna alla pittura stessa che si da come elemento portante del racconto.
Elementi appartenenti alla geografia domestica di Tito Rossini acquistano valori inquietanti grazie alla dislocazione sulla superficie pittorica: un metro da sarto è contemporaneamente dentro e fuori l’inquadratura, sembra una fettuccia, l’idea serpentina per eccellenza; i valori tonali adombrano la percettività dell’oggetto, confondendone la natura stessa. Un piccolo cumulo di pezze di stoffa, scarti del lavoro di sartoria paterna, assurgono a “paesaggio” collinare, nell’ordine della loro confusa e casuale disposizione; e, nel contempo, costituiscono la più silenziosa vita silente cui il mistero della pittura possa riuscire a pensare.
Non a caso, uno dei soggetti prescelti, e con forte intensità realizzato, è un Confessionale: la pittura di Tito Rossini, infatti è come una confessione di una discrezione del sentimento e delle intenzioni: non grida, ma sussurra; non cerca l’effetto retorico, ma minimalizza tutti gli effetti aspirando all’impalpabilità del sentimento stesso.
L’aura che si diparte dalla colorazione, coinvolge anche, infatti, zone di un temperamento malinconico, non proclamandole apertamente e con flagranza, bensì suggerendole nell’understatement che sovrintende alla scelta degli oggetti: un vaso da giardino, un ombrello, l’ombra di un albero su una casa-tempietto, vuota di vita ma non di mistero, delle graniglie estrapolate da chissà quale campionario…
Tito Rossini compie, pertanto, un’operazione di felice vena intimistica, che dona una immagine implicitamente polemica con l’odierno disamore per le cose abituali, apparentemente prive di storia; pregne, in realtà, di tutti i rimandi poetici attinenti ai valori metaforici.”

Arnaldo Romani Brizzi

Dal catalogo della mostra Collettiva ‘En attendant…’, N° 2 – Galleria Il Polittico – Roma
2 – 14 Aprile 1992

 

 

 

“Le pitture dì Tito Rossini hanno la dignità di metafora e il valore di espressione artistica moderna, il suo paesaggio raccolto in uno spicinìo sentimentale e aneddotico di velata cronaca familiare incontra la verità della pittura per la via maestra del tema approfondito, non variato ed arricchito di preziose meditazioni sulla forma e sulla luce.
Dovunque il pregio fine della pittura si manifesta per il lungo sguardo che ha decantato la fattura dell’opera, in una imitazione della innocenza, che non muove alla ricerca di nuove forme, ma vuole penetrare intimamente la vita delle cose dipinte. Tito Rossini recita la sua vocazione allo stile con un meticoloso effetto dì corrispondenze poetiche: in un velato tremore di lumi, esse parlano di quella straordinaria ricchezza dei poveri che è l’odore dei limoni, del tedio dell’inverno sulle case, tra morti balocchi e navicelle di carta in flottiglia. Il tono novecentesco della poesia che affiora nella pittura di Rossini celebra l’armonia di un diario in pubblico fin troppo discreto per non essere pudico.
Rossini è un pittore puro incamminato alla scoperta di una disciplina sepolta e quasi ignorata, perché gli oggetti dei suoi quadri hanno tutti l’aria di oggetti dipinti.
Così un barchetto di carta, un modellino, una scatola, un cappello a cilindro, una forma di pane e un piccolo vaso, ma anche la corte di un paesello illuminato di notte, diventano la “matière éloignée” su cui brilla alla fine l’accento della forma, quello splendore del vero che non è il reale ma una certa luce dell’essere. Chiarezza, intelligibilità, luce nel cuore delle cose sono per la pittura un punto d’approdo e non di partenza. La mano che procede sicura verso la “forma delle cose”, sa di avanzare nella regione in cui dimora un principio dì mistero come sovrana analogia del bello (“ex divina pulchritudine esse omnium derivatur”). La mano di Tito Rossini, “pictor diligens”, segue d’istinto la regola del valore tattile del segno che non inganna, come la traduzione di un sentimento disinteressato nel tessuto plastico e fluido della pittura.”

Duccio Trombadori
Dal catalogo della mostra personale
Ass. Il Carmine – Via Margotta – Roma
30 Novembre 1994 – 15 Gennaio 1995

 

 

“La pittura di Rossini non trova posto facilmente nel casellario della cultura visiva odierna. Se d’acchito la senti estranea a quel versante che sconta il retaggio delle avanguardie, prime, seconde e post, con altrettanta evidenza la trovi defilata dai tanti cosiddetti ritorni, punto peraltro assai debole – come ogni ritorno – nel panorama recente. I riferimenti storici non mancano: Francalancia, Donghi, Trombadori, Socrate: nomi di un’area che negli anni venti riannodava fili scompigliati. Ma più che un’area o un proposito quei nomi suggeriscono i tratti obbliganti di una pittura che risponde anzitutto a un ordine interno, a una chiarezza che è personale e ineludibile modo di essere. E se lo stile di Rossini ricorda l’uno o l’altro di quei maestri, la sua visione dice di quell’ordine, della tensione a mantenersi su un binario di ricerca e di approfondimento anzitutto di sé, del senso del proprio essere nel mondo. L’artista sa bene che il linguaggio ha le sue leggi, ma sa anche che anima – per così dire – e corpo, distinti, pure coincidono.
Le composizioni sono calibrate da contrappesi mondrianiani, e le opzioni dell’olandese non sono lontane come potrebbe sembrare; severità e meditazione accompagnano le stesure castigando le piacevolezze ma affinando le preziosità. È codesto calibro austero che da un lato assorbe e riscatta la narrazione simbolica e dall’altro – per la coinvolgente magia della pittura quando raggiunge quest’alta qualità – amplia a dismisura la portata delle cose più semplici. Le gambe dello sgabello sono colonne templari, e gli oggetti che lo coronano come una mitria assorbono le allusioni in laico raccoglimento, in una sacralità domestica: persino mistica, ma respirabile e quotidiana.”

Guido Giuffrè

Dal catalogo della mostra personale
Galleria Zelcova Arte – Rho (MI)
26 Ottobre – 23 Novembre 1996

 

 

 

“Come stringendo l’anima fra quattro mura, per dominarne ogni fremito, la pittura di Rossini si concede vinta alla vista. Contro quanti mostri e quanti eroi la pittura dovrà battersi per vivere della propria debolezza! Tutta la pittura di Rossini vive di una grande debolezza, di sentimenti che si vogliono stretti in spazi sempre minori – e si fanno più puri, sicché basta il vento a frangerli. Sono immobili, infatti, questi suoi dipinti, così distanti dall’arroganza dei tempi, dalla necessità di apparire per essere. E infatti Rossini soprattutto è. Ostile allo spettacolo pratica un’arte vinta, appunto, dai “tempi” e dalle mode, ma capace di conquistarti poco a poco. Un’arte che non strombazza forme e colori, non le ama e non le distrugge. Le compatisce, sole, lì, in un canto del quadro. Proprio come la solitudine, non strilla, ma sa sussurrare. Assai più potentemente. In questo senso, per certo, si può riconoscere a Tito Rossini una grande originalità, l’unica che conti, quella delle cose sincere, non fatte per “nuovismo” o emulazione, ma formulate entro lo spazio magnifico della poesia.”

Francesco Revel

Dalla rivista Quadri e Sculture, N° 22, Ottobre – Novembre 1996 – Roma

 

 

“Tito Rossini. La luminosità ha delle trasparenze necessarie e su quelle opera il pittore perché gli oggetti lievitino e assumano valore formale. Rossini è religioso e la sua indagine sui fatti discreti, sugli aspetti minuti della esistenza quotidiana è assolutamente corrispondente alla versione di una esistenza capace di riconoscere ovunque la santità dello spirito. È un insegnamento pittorico che era caduto in disparte, dopo essere riaffiorato in Italia grazie a Carrà, a Severini e soprattutto a Morandi. Chi ama il futurismo, chi è materialista, chi disprezza la vita semplice e sostanziale, non potrà mai apprezzare e capire la forza di questa pittura.”

Duccio Trombadori

Dal catalogo della XXIV Edizione Premio Sulmona, 6 – 27 Settembre 1997 – Sulmona

 

 

“La pittura non è solo o tanto imitazione e riproduzione, quanto manifestazione di una forma. A questo nucleo ispirativo si riallaccia la pittura di Rossini, che manipola le sue visioni elevando brani di vita quotidiana, elementi semplici dell’esistenza, oggetti d’uso comune, a un rilievo di più sostanziose speranze. Quando il risultato brilla di luce incantata, come nel caso della Annunciazione, la superficie dipinta esce fuori dal tempo storico in cui gli oggetti rappresentati sono immersi, e il quadro assume uno spessore di più alti significati. Vuol dire, tutto ciò, il senso di uno sguardo religioso sul mondo? Io credo di si, se noi pensiamo al significato più profondo delle parole. Il vero risplende sempre e soltanto come marchio dell’anima, e non vi è tecnica, o sapere che a essa si possa sostituire, L’arte esige molta calma, diceva il Beato Angelico, e un filosofo che la sapeva lunga disse un giorno che l’artista, lo sappia o no, consulta Dio guardando le cose. Credo che Tito Rossini sia fedele a questo principio che poi significa un voto di castità nell’esperienza estetica, da perseguire fino in fondo senza mai scambiarla per un fine in se stesso.
Si sa che la chiarezza delle cose è un procedimento per analogia che allude al bello e al ve­ro (ex divina pulchritudine esse omnium derivatur). La saggezza contemplativa che guida la mano di Tito Rossini nell’esecuzione della sua pittura di piccole sensazioni cerca attraverso la poesia dell’uomo una discreta ma tenace celebrazione del divino. È un’operazione tanto ambiziosa quanto richiede la massima dote di abnegazione e di modestia.”

Duccio Trombadori

Dalla rivista Arte Incontro, N° 22, Maggio – Agosto 1997 – Milano

 

 

“Il bello e l’originale della pittura di Rossini consiste tuttavia non soltanto in questa capacità di dialogare col passo dei migliori pittori del nostro ‘900. Egli, infatti, non è un freddo ricamatore di visioni prive di pathos, o di enunciati letterari senza una partecipazione emotiva, o un “cinico che ha fede in quel che fa”, per dirla con Cardarelli. Infatti, Rossini vive come in una avventura di cui egli in fondo conosce l’esito: la sua elegìa della luce ha qualcosa di più sapiente e di più antico. Intendo dire quella poesia che passa per la illuminazione degli “eterni veri” e che si deposita sui dettagli della vita quotidiana come appendice di glorie più elevate, di ascesi spirituale. In Rossini vive una tensione religiosa che egli non esprime con parole, ma tenta di attribuire con artigiana umiltà agli oggetti raffigurati. Così, l’opera diventa un piccolo tempio votivo che non si appaga delle pure virtù estetiche, ma queste ultime associa ad una più elevata e costante aspirazione. Molto eloquente a questo proposito ci appare la tela Annunciazione dove per una porta di un consueto casolare mediterraneo, passa una brezza leggera che solleva una tenda bianca, e nulla più accade sulla scena se non il brillare terso del sole in un cielo di primavera. Qui, tutto il divino si annuncia a prescindere dai soggetti, è nelle cose, le pervade sollecitando memoria e fantasia. In questo senso, al “purismo” di stile novecentesco di Rossini si deve accompagnare sicuramente un certo amore per il gusto “primitivo”, il passo pittorico incantato del Beato Angelico. Rossini è un narratore per lenta approssimazione, non ha né vuole avere il respiro del cantastorie: egli indaga un elemento con lo sguardo, ma in quella piccola verità riesce a mettere in evidenza l’universale.”

Duccio Trombadori

Dalla rivista Quadri e sculture, N° 35, Marzo – Aprile 1999 – Roma

 

 

“Di che specie è questa vocazione così italiana – nel saliscendi dai grandi ai piccoli classici del nostro più intimo e amato Novecento, irradiata da una letteratura e da una pittura mansueta, implacabilmente opposte alle disfatte del secolo – che riconosci subito, a colpo d’occhio, ancora nei dipinti di Tito Rossini tutto un protendersi e un rifugiarsi a capofitto in una domesticità incorrotta, consacrata e sorvegliata da una mitezza di bricchi, brocche, piume, piatti, tavoli, letti, tetti, balconi, lampioni, lenzuola, porte, soglie, spiagge, finestre, stelle… Archi? Di pietra e di luce. Magari ponendo ogni immagine sotto quel raggio di compassione che ancora rischiara e singolarmente intreccia tra loro i nomi di Pascoli, Pasolini, Morandi… Questa permanente nostalgia senza cicatrici, questa sorta di rimpianto privo di dolore, per Rossini – anche per la sua segreta tensione autobiografica, per questi suoi racconti sospesi, interrotti, per queste sue ineffabili cronache familiari – fa di tutta la realtà una natura morta, e proprio per questo mai più morta, ma stranamente vivente, irradiante luce propria, indifferente. Qui nulla cade. E se tutto appare quasi troppo puro per l’uomo, per questo ingombro, per questa eccedenza malata, ugualmente queste scene silenziose e vuote ne sono una diretta emanazione, ne proiettano un sogno di perfezione, di isolamento, di durevolezza.
Afferrati dalla fedeltà a ciò che si vede e nel medesimo tempo dal desiderio dì fuggirne “un indice teso al cielo, l’altro alla terra” – questi quadri è come se esigessero ogni volta un modo di operare vincolante in cui sia chiusa, muta ed esemplare, non so quale trascendenza. È evidente infatti come la delicata e intensa fisicità che da letteralmente corpo al mondo di Rossini, a questa sua limpida vocazione di costruttore, echeggi un che di spirituale procedendo sempre da un’idea totalizzante delle immagini, rendendoci, per così dire, contemporanei dell’immemoriale.”

Marco Di Capua

Dalla rivista Arte incontro, Anno X, N° 27, Gennaio – Aprile 1999 – Roma

 

 

“Tutte le pitture di Tito Rossini sono dedicate alla luminosità diffusa nella percezione visiva dell’essere.
Nel 1996 Rossini ha dipinto una Annunciazione: il suo fare discreto ha esposto il tema così elevato non in presenza, ma in assenza dei soggetti principali, il messaggero celeste e Maria. Questa misura del suggerire è il frutto di una poetica dell’essere come rivelazione e non come puro dato sensibile: l’arte consiste proprio nel colmare la distanza tra il momento dell’attesa e quello del compimento, in omaggio a una posizione della coscienza ascendente nel tempo, fino a cogliere il “divino” che è in lei e nelle cose.
Rossini lavora sul quadro come un meticoloso artigiano.
L’atmosfera del passaggio è sospesa, incantata.
Qui accade l’evento miracoloso, come un qualsiasi momento della quotidianità.
Questo sentimento religioso, pervasivamente umano, è un ingrediente essenziale della poetica di Rossini. Ma le sue “occasioni” non risultano inaridite dalla condizione di “non­speranza”, cui ci ha abituato l’amaro sguardo di una cultura novecentesca fin troppo studiata (dai realisti “‘magici”, ai “metafisici”, eccetera). Al contrario, in Rossini pulsa una vena di timidezza raccolta, che coltiva la perla della gioia di vivere, proprio come un’attesa, un pegno di glorie future, per nulla soggiogato dallo spicinìo di una esistenza perduta e senza scopo.
Questa pittura colta e meditata, di una pignoleria artigiana, realizza un effetto di semplice e spontanea visione del quotidiano, dove alberga la luce come fattore differenziante dalla inerte materia. Rossini vede e ci fa vedere molta sostanza di ”cose sperate” nel mondo di tutti i giorni: da questa religiosa disposizione d’animo emana l’atmosfera di calma serenità che circola in tutti i suoi quadri, precisandone con sicurezza il segno dello stile.”

Duccio Trombadori

Dalla rivista Tracce, N° 3, Maggio 1999 – Milano

 

 

“Tito Rossini è un pittore di interni, di oggetti d’uso quotidiano, di paesaggi osservati col filtro di una camera ottica monocromatica, a misura di una poetica tonale che ha come centro di ispirazione il motivo primario della luce depositata sugli oggetti. I suoi risultati sono di sicura efficacia emotiva e lo collocano nella rosa dei migliori artisti italiani d’oggi, quelli che sanno andare controcorrente senza il piacere di ostentare la distanza che li separa dai miti del contemporaneismo estetico.”

Duccio Trombadori

Dal catalogo della XXVI Edizione Premio Sulmona
Ex Convento di S. Chiara, 11 Settembre – 2 Ottobre 1999 – Sulmona

 

 

“Rossini è pittore di grande talento, che ha coagulato un suo peculiare mondo espressivo, di estrema purezza stilistica e di straordinaria densità poetica, che lo colloca tra le voci più rigorose e mature dell’arte italiana attuale. Nella sua pittura, prevale una dimensione atmosferica, diffusa e assorta, che invita alla contemplazione: con estrema finezza di analisi, l’artista riesce a cogliere gli oggetti nella pienezza del loro essere e a dare consacrazione creativa anche agli aspetti più umili della realtà e alle più minute emozioni. Le sue opere, che nascono da una sensibilità vitale contenuta, in un dialogo, esistenziale e storico-culturale, con l’ambiente circostante, sono espressione di un essenziale realismo poetico, di un desiderio di intensa evocazione memoriale e di una feconda dinamica spirituale.”

Otello Lottini

Dal catalogo delle Medaglie Commemorative del Grande Giubileo dell’anno 2000

 

 

“Tito Rossini è un giovane dalla memoria ‘antica’. In altre parole, il suo far pittura, certamente moderno e per certi versi attualissimo, non rinnega l’aura del trascorso. Lo vivifica, anzi, concettualmente portandovi motivi e significati dell’oggi. In tal modo la sua risulterà essere una visione ferma ed incantata, come quella di certi grandi artisti d’anni Venti e Trenta. Avere coscienza del proprio sé, il quale riassume le ipotesi di tutto quanto accaduto: sarà così che gli spartiti entro cui si formuleranno le sue immagini plastiche saranno spartiti a loro modo evocanti certa esattezza geometrica, posti in essere per luci e per ombre, per contrapposizioni e giustapposizioni di piani. Né si può dire che l’immagine si affiderà a null’altro che ad uno spirito di sottile evocazione, a volte giungendo, nonostante tutto, a certa evanescenza la quale si rende osmotica ad un’atmosfera. In questa chiave Rossini giunge ad una poesia di visione che gli è propria, e che lo dichiara interprete d’una condizione autentica del far pittura.”

Domenico Guzzi

Albo dei pittori e degli scultori dell’ENAP – Roma – 2001

 

 

“Il senso più autenticamente profondo della pittura di Tito Rossini, il contenuto centrale del suo mondo espressivo, va ricercato nella coscienza dell’attualità, dai cui meccanismi percettivi e operativi trae l’ispirazione primaria del suo fare artistico. Ma egli guarda la realtà a partire da certe condizioni spirituali e morali, che costituiscono i suoi punti cardinali, per cui elabora una prospettiva estetica, che gli consente di introdurre valenze etiche e spirituali nella rappresentazione del reale: dipinge, così, paesaggi ed oggetti tratti dal mondo fisico circostante e da ambienti familiari e li innalza, con sensibilità e perizia, in una atmosfera di valori ideali.”

Otello Lottini

Dal catalogo della mostra personale “Le forme del quotidiano”
20 Settembre – 26 Ottobre 2003 Sala espositiva S. Carlo Arpino (FR)
9 Novembre 2003 – 15 Gennaio 2004 Galleria d’Arte Il Picchio – Montecorsaro (MC)

 

 

“Qualche refolo tacito e lieve muove una tenda; nelle composizioni silenziose e solitarie di Tito Rossini non appare quasi mai la figura umana. Probabilmente il pittore ritiene che la sua presenza potrebbe affievolire la poesia sommessa di questi elementari scenari e di questi semplici oggetti; o forse perché egli intende accrescere il sentimento di sospensione, di attesa, di sottile inevitabile inquietudine che dalle composizioni promana.
Un sapore metafisico, si dirà; ed è vero, perfino naturale che sia così, dato che la Metafisica costituisce una delle grandi acquisizioni della poetica della modernità; un’acquisizione con cui è imprenscendibile fare i conti. Eppure quest’aura metafisica è declinata nei dipinti di Rossini in un tono semplice, domestico, genuino, lontano da elucubrazioni astratte e cerebrali.
Ma soprattutto si vede come all’artista stiano a cuore valori propriamente pittorici: il diffondersi della luce nello spazio, come una rivelazione pacata, grazie anche all’impiego di una cromia sommessa.
La poesia di questi quadri è schietta e ben motivata; il mistero che vi circola e che ad essi sottende è, in fondo, il mistero dell’esistenza.”

Carlo Fabrizio Carli

Dal catalogo della mostra personale “Dimensione mediterranea”
Sala museo “E. Greco”, 13 – 30 Maggio 2006 – Sabaudia (LT)